Nuovi obblighi sulla fatturazione elettronica verso gli Enti del SSN per l’acquisto di prodotti farmaceutici

news_image_313 gennaio 2018

Il Decreto del Ministero Economia e Finanze del 20 dicembre 2017, di concerto con il Ministero della Salute, pubblicato in G.U. n. 302 del 29 dicembre 2017, ha disposto che a decorrere dal 1 gennaio 2018 nelle fatture elettroniche emesse e trasmesse mediante il Sistema di Interscambio (SDI) nei confronti degli enti del Servizio sanitario nazionale per acquisti di prodotti farmaceutici è obbligatorio indicare le informazioni sul Codice di Autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) e il corrispondente quantitativo.

Più nel dettaglio, nel caso in cui la fattura elettronica nel formato FatturaPA sia riferita a prodotti farmaceutici,   nel   blocco «DatiBeniServizi» (sezione 2.2)   del   tracciato   della   fattura elettronica, per ogni sezione «DettaglioLinee» (2.2.1) dovranno essere obbligatoriamente riportate le seguenti informazioni:

a) «CodiceTipo» (sezione 2.2.1.3.1): AICFARMACO;

b) «CodiceValore» (sezione 2.2.1.3.2): codice di AIC, di 9 caratteri numerici, di cui il primo carattere assume i seguenti valori:

0 = farmaco uso umano;

1 = farmaco uso veterinario (con 5 per i vecchi prodotti);

9 = parafarmaco uso umano o veterinario;

8 = omeopatico uso umano o veterinario;

7 = Galenici e altri tipologie di prodotti

c)  «UnitaMisura» (sezione 2.2.1.6): «Confezioni» o «Posologie» sono le unità di misura in cui è espresso il campo «Quantità»: identifica il numero di confezioni oppure il numero di unità posologiche.

d) «Quantità» (sezione 2.2.1.5): numero di confezioni o numero di posologie (unità posologiche) del prodotto farmaceutico identificato con il codice di AIC.

L’art. 3 del decreto stabilisce che è fatto divieto agli enti del Servizio sanitario nazionale di effettuare pagamenti di corrispettivi di fatture emesse dalle imprese produttrici e/o distributrici di farmaci che non riportino le informazioni predette nel tracciato XML trasmesso al Sistema di Interscambio.

Dalla stessa data del 1 gennaio 2018 l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), al fine di assolvere i propri compiti istituzionali, riceverà settimanalmente dalla Ragioneria generale dello Stato, attraverso i propri sistemi informativi,  le fatture elettroniche nel formato XML, prive di allegati e dei dati relativi all’iscrizione all’albo professionale e a quelli bancari.

Al fine di individuare le predette fatture,   l’AIFA   fornisce   preventivamente   al   Ministero dell’Economia e delle Finanze un elenco contenente i codici fiscali e le partite IVA delle imprese produttrici e/o distributrici di farmaci e comunica tempestivamente ogni eventuale variazione o aggiornamento di tale elenco.

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Chiarimenti e novità sul termine ultimo di conservazione dei documenti informatici di natura fiscale

news_image_329 dicembre 2017

In merito al calcolo del termine di conservazione dei documenti di rilevanza fiscale è stato già redatto l’articolo “Proroga della scadenza di conservazione dei documenti informatici rilevanti ai fini tributari” disponibile al seguente link http://www.docpaperless.com/?p=1412, definendo il termine ultimo sia nel caso di un periodo d’imposta coincidente con l’anno solare che non coincidente.

Per maggiore chiarezza si ripropongono due esempi concreti:

ESEMPIO PRATICO CASO GENERALE: Documenti relativi al periodo d’imposta 2016 coincidente con l’anno solare.

Il contribuente, soggetto passivo Iva, ha presentato la dichiarazione dei redditi entro il 31.10.2017 e pertanto il processo di conservazione di tutti i documenti rilevanti ai fini tributari (sia documenti rilevanti ai fini IVA che ai fini reddituali) e relativi a quel periodo va completato al più tardi entro il 31 gennaio 2018.

ESEMPIO PRATICO CASO PARTICOLARE: Documenti relativi al periodo d’imposta 01.07.2017 – 30.06.2018 non coincidente con l’anno solare.

Il contribuente, soggetto passivo Iva, con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare (01.07.2017 – 30.06.2018) conserva i documenti rilevanti ai fini IVA dell’anno 2017 entro il terzo mese successivo al termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi presentata successivamente al 31.12.2017. Presa, quindi, a riferimento la dichiarazione annuale dei redditi del periodo 01.07.2016-30.06.2017 da presentarsi entro il 31.03.2018, il termine ultimo di conservazione dei documenti IVA dell’anno solare 2017 sarà il 30.06.2018, insieme agli altri documenti fiscalmente rilevanti del periodo 01.07.2016-30.6.2017.

Inoltre, si evidenzia quale recente novità normativa per i periodi d’imposta 2017 e 2018 che la Legge di Bilancio 2018 (siamo in attesa solo della sua pubblicazione in G.U.) dispone lo slittamento del termine di scadenza della presentazione telematica delle dichiarazioni dei redditi e dell’Irap dal 30 settembre al 31 ottobre (ciò almeno fino a quando resterà in vigore l’adempimento dello trasmissione dei dati fatture di cui all’art. 21 del D.L. n. 78/2010).

Quindi anche per i documenti di rilevanza tributaria relativi ai periodi 2017 e 2018 in caso di periodo coincidente con l’anno solare, il termine ultimo di conservazione slitta al 31 gennaio.

In ultimo, si vuole fornire un chiarimento in merito al caso in cui oggetto della conservazione siano i tipi documento dichiarativi, comunicativi e di versamento. In tal caso per il corretto calcolo del termine di scadenza per la conservazione occorre fare riferimento all’anno di produzione e di trasmissione telematica del documento all’Agenzia delle Entrate. Così, ad esempio, se si intende conservare digitalmente a norma la dichiarazione annuale dei redditi 2017 (riferita all’anno d’imposta 2016), essendo la predetta dichiarazione un documento formatosi e trasmesso telematicamente nel corso dell’anno 2017, il termine ultimo di scadenza per la relativa conservazione coinciderà con il terzo mese successivo al termine di presentazione delle dichiarazione dei redditi relativa all’anno d’imposta 2017, ossia il 31 gennaio 2019.

Il booklet del Gruppo “Digitale e Dematerializzazione” – Settembre 2017

news_image_320 settembre 2017

Parte l’iniziativa del booklet del Gruppo LinkedIn “Digitale e Dematerializzazione”….in sostanza una vetrina del Gruppo e del promotore dell’iniziativa Studio F. Lupone DocPaperless.

Per prima cosa entra nel gruppo cliccando qui per rimanere aggiornato su tutte le tematiche della digitalizzazione a norma e poi scarica da qui il booklet di settembre 2017.

Diventando membro del Gruppo rimarrai aggiornato sul tuo paperless business, in particolare sulle tematiche dei processi e servizi digitali, dati e documenti elettronici, firme elettroniche online, firme elettroniche avanzate e qualificate, firme grafometriche, sigilli elettronici avanzati e qualificati, identità digitali, fatturazione elettronica tra privati e verso la pubblica amministrazione, dati fattura e liquidazioni periodiche Iva, conservazione digitale a norma, cristallizazione dei log, e-procurement, infrastruttura Peppol, supply chain digitale, sanità elettronica, protocollo informatico, procedimenti amministrativi digitali, dogana digitale, privacy nel digitale, pec, tecnologia blockchain, ecc.

La Corte di Cassazione si esprime sulla data certa elettronica associata ad una scrittura privata digitale

news_image_323 agosto 2017

La Corte di Cassazione, sezione prima civile, con sentenza del 24 marzo 2017, depositata il 23 maggio 2017 n. 12939, si esprime in merito alla data certa elettronica, normativamente definita validazione temporale, associata ad un documento informatico mediante marca temporale al fine di dimostrare l’anteriorità del credito rispetto ad una dichiarazione di fallimento, di cui si chiede l’ammissione allo stato passivo.

A tal riguardo si evidenzia che la disciplina civilistica sulle prove documentali, di cu all’art. 2704 del Codice Civile, richiede di associare una data certa ad una scrittura privata, della quale non è autenticata la sottoscrizione, per garantire la validità opponibile a terzi della formazione del documento in un certo arco temporale o, comunque, della sua esistenza anteriore a un dato evento.

Pertanto, in una procedura di accertamento del passivo fallimentare, la predetta disposizione civilistica statuisce che dimostrare l’anteriorità certa di un credito rispetto all’evento di un fallimento significa che la scrittura privata attestante il credito debba essere munita di data certa.

Nella fattispecie della sentenza in commento, la scrittura privata era stata formata in modalità digitale (contratto di leasing digitalizzato) ed il requisito della data certa risultava dalla marca temporale apposta in sede di digitalizzazione ed emessa da un certificatore accreditato presso l’Agenzia per l’Italia Digitale.

L’art. 20, comma 3, del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD – D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82 e s.m.i.) sancisce che la data e l’ora di formazione del documento informatico sono opponibili ai terzi se apposte in conformità alle regole tecniche sulla validazione temporale.”

Le regole tecniche di attuazione del CAD sulla validazione temporale sono rappresentate dal DPCM 22 febbraio 2013 (GU Serie Generale n.117 del 21-5-2013). In particolare l’art. 41 delle predette regole tecniche definisce tra i possibili riferimenti temporali opponibili a terzi i riferimenti temporali realizzati dai certificatori accreditati mediante marche temporali, secondo le regole per la validazione temporale mediante marca temporale ben definite dagli artt. 47-54 del citato decreto attuativo.

Premesso ciò, la sentenza della Corte di Cassazione afferma che l’accreditamento e la conseguente iscrizione della società certificatrice, che ha emesso la marca temporale, nell’apposito elenco di fiducia pubblico tenuto dall’AgID, ai sensi dell’art. 29 comma 5 del Codice dell’Amministrazione Digitale, comporta necessariamente una presunzione di conformità dell’attività del certificatore accreditato alle regole tecniche di cui al DPCM 22 febbraio 2013, in quanto chi richiede l’accreditamento deve impegnarsi a rispettare tali regole e in ciò risiede appunto l’utilità di un accreditamento da parte della pubblica autorità.

Conseguentemente, la Cassazione statuisce che è “onere di chi intenda contestare che una certificazione sia avvenuta nel rispetto delle regole tecniche, allegare e provare che il certificatore non le abbia invece rispettate”.

In conclusione, in riferimento alla data certa elettronica associata ad un documento informatico mediante marca temporale emessa da un certificatore accreditato, la Cassazione esprime il principio di presunzione della conformità della marca temporale in quanto emessa per l’appunto da un certificatore che ha ottenuto l’accreditamento ma viene anche ribadito il principio di diritto secondo cui è onere della parte interessata a negare la certezza della data – e dunque, nel giudizio di opposizione a stato passivo, è onere del curatore fallimentare – allegare e provare la violazione delle regole tecniche sulla validazione temporale” relativa al contratto di leasing digitalizzato.

Proroga della scadenza di conservazione dei documenti informatici rilevanti ai fini tributari

news_image_39 agosto 2017

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 26 luglio 2017, pubblicato in G.U. n. 175 del 28 luglio 2017, ha disposto la proroga dei termini per l’assolvimento di alcuni adempimenti correlati alla presentazione, trasmissione, comunicazione di dichiarazioni o altri elementi, stabilendo in particolare tra le varie disposizioni lo slittamento della scadenza ultima per la presentazione telematica di tutte le dichiarazioni in materia dei redditi al 31 ottobre 2017.

Le imprese, i professionisti, i lavoratori autonomi e le pubbliche amministrazioni ed in generale tutti i soggetti passivi d’imposta che eseguono con la modalità informatica la conservazione delle fatture, dei ddt, dei libri e registri, dei dichiarativi e delle comunicazioni fiscali e di altri documenti rilevanti ai fini tributari devono assolvere agli obblighi fiscali disposti dal Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 17 giugno 2014.

L’art. 3 comma 3 del predetto D.M. 17 giugno 2014 stabilisce, per l’appunto, che il termine ultimo per concludere il processo di conservazione digitale è fissato entro tre mesi dal termine di presentazione della dichiarazione dei redditi per tutti i documenti di natura fiscale, come confermato dalla recente Risoluzione n. 46/E del 10 aprile 2017.

Pertanto, con la proroga dettata dal DPCM 26 luglio 2017 in merito alla trasmissione telematica delle dichiarazioni dei redditi al 31 ottobre 2017 si ha uno slittamento anche del conseguente termine di conservazione dei documenti informatici fiscali riferibili a quel periodo, ossia la conservazione dovrà essere completata al massimo entro il 31 gennaio 2018.

A titolo esemplificativo, dunque, un contribuente con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare (1.1.2016-31.12.2016), presenterà telematicamente la dichiarazione dei redditi entro il 31.10.2017 e concluderà il processo di conservazione di tutti i documenti rilevanti ai fini fiscali (documenti IVA e altri documenti) e riferibili a quel periodo al più tardi entro il 31.01.2018.

Si sottolinea, in ultimo, che in caso di periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, tutti i documenti rilevanti ai fini tributari (anche quelli rilevanti ai fini IVA riferibili ad un anno solare) andranno comunque conservati entro il terzo mese successivo al termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi utile.

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Parere relativo alla procedura di stipula dei contratti con firma digitale in un Comune

news_image_324 giugno 2017

Quesito

Nella nostra amministrazione comunale, abbiamo riscontrato diversi problemi di natura tecnica per la firma simultanea dei contratti con le ditte. La causa del problema deriva dal software per la lettura della smart card delle ditte che non è sempre compatibile con quello necessario ai sistemi di firma dei nostri dipendenti. Per la suddetta motivazione capita spesso che in un PC dove è possibile firmare con le smart card dei Dirigenti Comunali/Segretario Generale non sia possibile firmare con la smart card dei rappresentanti delle Ditte e ci si trova costretti, in emergenza, a risolvere dei problemi di compatibilità tra driver (non sempre gestibili) mentre tutti i presenti attendono di poter firmare. Considerato poi che i modelli di smart card e i relativi driver sono di varie tipologie e, soprattutto, cambiano nel tempo non si riesce mai a predisporre una infrastruttura tecnologica che consenta il processo di firma congiunta nei vari casi.

Questo, a mio avviso, è una delle tante situazioni in cui è cambiata la tecnologia (da firma autografa a cartacea) senza modificare la procedura di sottoscrizione (davanti al Segretario Comunale dopo la lettura congiunta dell’atto).

Mi chiedo a questo punto se non sia possibile adottare la seguente procedura considerato che: – una firma digitale apposta di fronte al Segretario o meno ha sempre la validità giuridica di una firma digitale e non può essere disconosciuta

– la validità del documento è di fatto completa solo con l’identificazione temporale dello stesso (marca/protocollo) Procedura proposta:

1) Il contratto viene inviato alle ditte qualche giorno prima della sottoscrizione del contratto chiedendo alle ditte di sottoscriverlo verificando la validità della loro firma digitale per la data in cui è prevista la sottoscrizione ufficiale di fronte al Segretario (in questo modo le ditte userebbero i loro software di firma presenti in azienda);

2) nel giorno in cui è prevista la firma congiunta di fronte al Segretario la ditta porta/invia in Comune il documento sottoscritto digitalmente (con firma valida alla data di tale operazione). Il Segretario legge il documento sottoscritto dalla ditta, verifica i certificati di firma apposti alla data di stipula e, ovviamente se non ci sono variazioni, procede a far firmare i Dirigenti Comunali (il cui sistema di firma è noto quindi non crea problemi) e firma a sua volta per completare le firme necessarie;

3) il documento firmato viene quindi marcato temporalmente o protocollato (per dare data certa al documento) e archiviato nel sistema documentale dell’Ente;

4) si procede alla firma congiunta con le modalità attuali solo se cambia qualcosa nel contratto e si deve sottoscritto nuovamente da parte di tutti gli interessati.

Con questa modalità si risolverebbero diversi problemi di natura tecnica, la ritiene possibile ovvero conforme alle normative in vigore?

 

Parere

In premessa occorre precisare che il quesito sembra riferirsi ai contratti d’appalto conclusi con atto pubblico amministrativo e non ai contratti conclusi mediante scrittura privata.

In tal caso l’Ufficiale Rogante deve rispettare le formalità previste anche dalla Legge notarile n. 89 del 16 febbraio 1913 che al nuovo art 52-bis introdotto dal Dlgs n. 110/10 dispone che “Le parti, i fidefacenti, l’interprete e i testimoni sottoscrivano personalmente l’atto pubblico informatico in presenza dell’ufficiale rogante con firma digitale o con firma elettronica, consistente anche nell’acquisizione digitale della sottoscrizione autografa. Il notaio appone personalmente la propria firma digitale dopo le parti, l’interprete e i testimoni e in loro presenza”.

La sottoscrizione dell’atto, dunque, deve avvenire davanti all’Ufficiale Rogante il quale appone la propria firma sempre davanti alle parti. La procedura intende dare certezza all’autenticità della sottoscrizione ponendo a garanzia del processo l’Ufficiale Rogante che prima della sottoscrizione si accerta dell’identità dei firmatari nonché dei relativi poteri di rappresentanza. Del resto come noto la sottoscrizione oltre ad avere una funzione dichiarativa e indicativa, ovvero esprimere la paternità del contenuto di un documento ed indicare il sottoscrittore, ha anche una funzione probatoria, ovvero ne garantisce l’autenticità. Aspetto questo che acquisisce una valore inconfutabile se fatta davanti ad un Pubblico Ufficiale. Anche l’apposizione della firma digitale deve rispettare la stessa procedura, prevedendo la digitalizzazione del “pin” davanti all’Ufficiale Rogante, conferendo così certezza alla presunzione dell’utilizzo del dispositivo da parte del titolare indicata dall’art 21 comma 2 Dlgs 82/05 (CAD)

Per superare i problemi tecnici evidenziati dal quesito, l’art 52-bis L 89/13 prevede che l’acquisizione delle sottoscrizioni può consistere anche “nell’acquisizione digitale della sottoscrizione autografa”. A tal fine la procedura può seguire le indicazioni dell’art 25 del CAD in merito alle autenticazioni delle firma elettronica che dispone “L’autenticazione della firma elettronica, anche mediante l’acquisizione digitale della sottoscrizione autografa, o di qualsiasi altro tipo di firma elettronica avanzata consiste nell’attestazione, da parte del pubblico ufficiale, che la firma è stata apposta in sua presenza dal titolare, previo accertamento della sua identità personale, della validità dell’eventuale certificato elettronico utilizzato e del fatto che il documento sottoscritto non è in contrasto con l’ordinamento giuridico.”

Quindi le parti sottoscrivono il contratto sulla carta davanti all’Ufficiale Rogante, il quale appone la sua firma sulla copia informatica (scansione). Il documento cartaceo sul quale sono state apposte le firme olografe non ha valore di originale in quanto non contiene la firma dell’Ufficiale Rogante, e quindi non soggetto a conservazione, e sul quale potrebbero essere annullate le marche da bollo previste dal DPR 642/72 qualora l’ente non abbia attivato l’assolvimento del bollo in modalità virtuale. L’originale digitale dovrà essere registrato all’interno del sistema documentale dell’ente (protocollo informatico) che conferirà anche un riferimento temporale certo, in luogo della marca temporale, come disposto dall’art 41 comma 4 lett. a) del DPCM 22 febbraio 2013. Si precisa che la registrazione nel sistema documentale dell’ente non esonera al momento dalla tenuta del repertorio degli atti formati dai pubblici ufficiali previsto dall’art 67 DPR 131/86.

La firma olografa potrà essere acquisita elettronicamente anche mediante tablet. Ovvero mediante un’applicazione che cattura il tratto della firma olografa apposta davanti al pubblico ufficiale. Non si parla dunque di firma grafometrica ma di firma elettronica autenticata la cui riconducibilità al titolare è garantita dal pubblico ufficiale. Con tale modalità il documento e gli eventuali allegati non verranno mai stampati eliminando così l’onerosa procedura di scansione.

In merito al certificato di firma dell’Ufficiale Rogante l’art 23-ter L 89/13 dispone che il certificato qualificato del notaio debba contenere anche l’informazione relativa all’iscrizione a ruolo, ovvero debba avere indicato la funzione del firmatario. In tal senso la Conferenza unificata Stato-Regioni del 5 dicembre 2013 ha stabilito che “Nelle Amministrazioni Pubbliche, l’Ufficiale rogante, laddove sia prevista l’apposizione del sigillo in calce agli atti dallo stesso ricevuti, si dovrà dotare di una firma digitale che abbia le caratteristiche di “firma funzione” e che pertanto attesti non solo l’identità dell’Ufficiale rogante che interviene nell’atto ma anche la funzione svolta”.

La procedura proposta nel quesito può invece essere presa a modello per i contratti conclusi mediante scrittura privata in caso di sottoscrizione a distanza. In tal caso, la Conferenza Unificata Stato Regioni appena richiamata, propone che l’atto venga predisposto dall’amministrazione, ed inviato mediante pec alla ditta per la firma, la quale sempre mediante pec lo rinvia all’ente che con l’apposizione della propria firma completa l’atto e ne determina l’efficacia. Alla controparte deve essere notificata la data della decorrenza degli effetti dell’atto. Al fine di evitare il rischio di modifiche al contenuto del contratto da parte della controparte, è possibile “bloccare” i singoli file mediante una firma debole, non valida ai fini della sottoscrizione.

di Cesare Ciabatti

Esperto consulente e formatore per Enti Locali. Specializzato in amministrazione digitale e gestione archivi elettronici in ambito pubblico e privato.

 

Contributor DocPaperless

Corso CNA ECIPA ABRUZZO del 18 maggio 2017

news_image_38 maggio 2017

Il 18 maggio 2017 dalle 15 alle 17,30 Fabrizio Lupone terrà, in qualità di docente, il corso seminario gratuitoFatturazione elettronica tra privati e trasmissione dei dati fattura all’Agenzia delle Entrate” nella sede della CNA ECIPA ABRUZZO in Via Cetteo Ciglia n. 8 PESCARA.

Il corso formativo intende approfondire i requisiti normativi e le procedure operative per trasmettere e/o ricevere fatture elettroniche tra privati mediante il Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate/Sogei o in alternativa trasmettere telematicamente i file Dati Fattura all’Agenzia delle Entrate secondo gli obblighi dell’opzione al regime degli incentivi di cui all’art. 3 comma 1 del D.Lgs. 127/2015 o secondo gli obblighi introdotti senza l’opzione dall’art. 4 comma 1 del D.L. 193/2016. È a disposizione dei partecipanti una sessione libera di Open Question per presentare domande sulle tematiche del corso.

Il corso nell’ambito del Maggio Formativo 2017 organizzato da CNA EPICA Abruzzo è rivolto in particolare a imprenditori, responsabili amministrativi e fiscali, operatori di contabilità, responsabili controllo di gestione, responsabili fatturazione, commercialisti, tributaristi, artigiani, operatori di fatturazione, responsabili sistemi informativi, ecc.

Per visualizzare la scheda completa del corso clicca qui.

Per l’iscrizione gratuita clicca qui.

Non dimenticar l’imposta di bollo sui documenti informatici fiscali

news_image_320 aprile 2017

Un articolo intitolato “Non dimenticar…….” per ricordare ai contribuenti la prossima scadenza dell’assolvimento dell’imposta di bollo per quei documenti informatici rilevanti ai fini tributari e assoggettati all’imposta stessa.

Ad esempio, le fatture elettroniche di importo superiore a € 77,47 e senza applicazione di Iva o il libro giornale tenuto e conservato in modalità informatica sono esempi di documenti informatici di rilevanza fiscale assoggetti all’imposta di bollo da assolvere secondo le disposizioni dell’art. 6 del D.M. 17 giugno 2014.

Per le fattispecie regolamentate dal citato decreto ministeriale, l’assolvimento dell’imposta di bollo non richiede la preventiva autorizzazione né gli altri adempimenti previsti dagli articoli 15 e 15-bis del D.P.R. n. 642, ma il versamento dell’imposta è effettuato telematicamente utilizzando il modello F24 in un’unica soluzione entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio.

Pertanto, per i contribuenti che presentano esercizio fiscale coincidente con l’anno solare, ad esempio 1.2016-31.12.2016, la scadenza per l’assolvimento dell’imposta di bollo sui documenti informatici è prevista entro il 30.04.2017. Quest’anno il 30 aprile capita di domenica e c’è poi il festivo del 1 maggio, quindi la scadenza slitta al primo giorno successivo non festivo che è il 02.05.2017, tuttavia si consiglia di assolvere l’imposta di bollo prima dell’ultimo giorno utile.

Per un contribuente, invece, con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, ad esempio 7.2016-30.6.2017, i 120 giorni vanno calcolati dalla chiusura dell’esercizio quindi l’imposta va assolta, riprendendo l’esempio, entro il 28.10.2017 che è un sabato e quindi la scadenza ultima è rinviata al primo giorno non festivo.

Il codice tributo da esporre nella sezione erario del F24 è il codice 2501 denominato “Imposta di bollo su libri, registri ed altri documenti rilevanti ai fini tributari – articolo 6 del decreto 17 giugno 2014

Si ricorda che le fatture elettroniche, emesse senza addebito o applicazione dell’IVA e di importo superiore ad Euro 77,47, sono soggette ad imposta di bollo nella misura di Euro 2,00 e devono osservare le predette disposizioni sul pagamento. Secondo la nuova disciplina le fatture elettroniche devono contenere una specifica annotazione di assolvimento dell’imposta ai sensi del Decreto Ministeriale del 17 giugno 2014.

Più nel dettaglio, nelle fatture elettroniche emesse e trasmesse verso il Sistema di Interscambio, è proprio la normativa sul formato XML FatturaPA che prevede uno specifico blocco informativo per dare evidenza con un “SI” dell’assolvimento dell’imposta di bollo sulla fattura, in ottemperanza all’art. 6, comma 2, del D.M. 17 giugno 2014.

Mentre l’imposta sui libri e sui registri di cui all’art. 16 della tariffa allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 642, tenuti in modalità informatica, è dovuta nella misura di Euro 16,00 ogni 2.500 registrazioni o frazioni di esse (la tariffa diventa di Euro 32,00 per imprenditori commerciali individuali, società di persone, cooperative, mutue assicuratrici, consorzi, enti e associazioni).

A tal riguardo si specifica che l’Agenzia delle Entrate ha chiarito con la risoluzione n. 161/E del 9 luglio 2007 che per “registrazione” si deve intendere ogni singolo accadimento contabile, a prescindere dalle righe di dettaglio.

Ad esempio, per il libro giornale il singolo evento contabile è rappresentato da ogni operazione economica, rilevata in partita doppia, a prescindere dal numero di righe di dettaglio. Mentre per il libro inventari per singolo accadimento contabile s’intende la registrazione relativa ad ogni singolo cespite nonché la registrazione della nota integrativa.

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Termine unico della conservazione per tutti i documenti fiscali: lo conferma la Risoluzione n. 46/E del 10 aprile 2017

news_image_310 aprile 2017

La conservazione dei documenti informatici, ai fini della rilevanza fiscale, deve essere eseguita entro il terzo mese successivo al termine di presentazione delle dichiarazioni annuali, ai sensi dell’articolo 3, comma 3, del D.M. 17.06.14 (che rinvia all’articolo 7, comma 4-ter, del D.L. n. 357/1994).

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito, con la risoluzione n. 46/E del 10 aprile 2017 in risposta ad un interpello di un contribuente, che per calcolare la predetta scadenza di tre mesi si deve intendere, in un ottica di semplificazione e uniformità del sistema,  il termine di presentazione delle dichiarazioni dei redditi.

Quindi, il termine di riferimento per procedere alla conservazione di tutti i documenti informatici di natura fiscale coincide con il termine per la presentazione della dichiarazione annuale dei redditi, termine valido anche per i documenti rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, ancorché a partire dal periodo d’imposta 2017 i termini di presentazione delle dichiarazioni rilevanti ai fini delle imposte sui redditi e dell’IVA siano disallineati.

In caso di periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, i documenti rilevanti ai fini IVA riferibili ad un anno solare andranno comunque conservati entro il terzo mese successivo al termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi utile.

Come indicato nella risoluzione, a titolo esemplificativo, dunque:

a) un contribuente con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare (1.2016-31.12.2016) concluderà il processo di conservazione di tutti i documenti rilevanti ai fini fiscali (documenti IVA e altri documenti) al più tardi entro il 31.12.2017;

b) un contribuente con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare (7.2016-30.6.2017) conserverà i documenti rilevanti ai fini IVA dell’anno 2016 entro il terzo mese successivo al termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi presentata successivamente al 31.12.2016. Presa, quindi, a riferimento la dichiarazione annuale dei redditi del periodo 1.7.2015-30.6.2016 da presentarsi entro il 31.3.2017, il termine di conservazione dei documenti IVA dell’anno solare 2016 sarà il 30.6.2017, insieme agli altri documenti fiscalmente rilevanti del periodo 1.7.2015-30.6.2016.

Un mio plauso digitale e personale all’Agenzia delle Entrate che in ottica semplificazione ha chiarito una volta per tutte un termine unico per tutti i documenti di natura tributaria, confermando l’interpretazione autentica già chiaramente indicata con la Circolare n. 5/E del 29 febbraio 2012, che ancorché applicata all’adempimento, oggi abrogato, della comunicazione dell’impronta dell’archivio, aveva la stessa finalità di razionalizzazione e semplificazione per il contribuente.

Consulta la Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 46/E del 10 aprile 2017

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E se per notificare gli atti non trovo la PEC nel Registro PP.AA. che faccio, torno alla carta?

news_image_33 febbraio 2017

È noto, ormai da tempo, che gli ultimi anni hanno visto una forte spinta alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione – a partire, in particolare, dal 2012.

È altrettanto noto che il 2016 ha conosciuto una novella del Codice dell’Amministrazione Digitale, dedicata soprattutto all’adeguamento di tale normativa al Regolamento dell’Unione Europea (c.d. eIDAS) n. 910/2014, che avrebbe dovuto costituire il punto d’approdo del passaggio al digital first da parte delle Pubbliche Amministrazioni.

Sia per ragioni culturali, sia per ragioni economiche, sia per questioni organizzative, l’esperienza insegna che tale processo trasformativo è ancora in corso ed è ben lungi dal realizzarsi, spesso e volentieri non solo a causa dei pubblici dipendenti stessi.

Tra i vari obiettivi dell’Agenda Digitale italiana, risale al 2012 quello di rendere fruibile un indirizzario unico delle PEC, appartenenti a ciascuna Amministrazione, finalizzato esclusivamente alle notificazioni di atti giudiziari.

Infatti, l’articolo 16 del Decreto Legge 18.10.2012, n. 179, prevede – al comma 12 – che “Al fine di favorire le comunicazioni e notificazioni per via telematica alle pubbliche amministrazioni, le amministrazioni pubbliche […] comunicano al Ministero della giustizia […] entro il 30 novembre 2014 l’indirizzo di posta elettronica certificata […] a cui ricevere le comunicazioni e notificazioni. L’elenco formato dal Ministero della giustizia è consultabile esclusivamente dagli uffici giudiziari, dagli uffici notificazioni, esecuzioni e protesti, e dagli avvocati”.

Il Codice dell’Amministrazione Digitale già prevedeva alcuni elenchi pubblici di indirizzi delle Amministrazioni, come l’IPA, ossia l’archivio ufficiale degli Enti pubblici e dei Gestori di pubblici servizi,  già realizzato e gestito dall’Agenzia per l’Italia Digitale, peraltro molto in uso per i servizi di fatturazione elettronica. Tuttavia, per ragioni di unitarietà e agevole reperimento il Ministero della Giustizia ha pensato di costituire un elenco differenziato, in cui raccogliere esclusivamente un indirizzo PEC per ogni Amministrazione, che fosse l’unico indirizzo PEC cui destinare le notificazioni degli atti.

In sostanza, avvocati, uffici giudiziari e ufficiali giudiziari possono utilizzare solo questo Registro PP.AA., tenuto dal Ministero della Giustizia, per effettuare notifiche alle Pubbliche Amministrazioni.

Tale registro esiste ed è stato formalmente istituito dal Ministero, che lo ha reso accessibile tramite il Portale dei Servizi Telematici.

Il problema è di altra natura: questo Registro è praticamente quasi vuoto, le Amministrazioni nella quasi totalità disattendono l’obbligo di comunicare la PEC da inserirvi. Conseguentemente, i soggetti di cui sopra sono impossibilitati molto spesso ad eseguire le notifiche telematiche, dovendo ricorrere alla tradizionale attività notificatoria cartacea, con relativi costi e perdite di tempo.

Lo confermano i dati sullo stato dell’arte del Processo Telematico del Ministero, secondo cui sono iscritte al predetto registro 865 Pubbliche Amministrazioni, di cui 529 hanno indicato la PEC (il 61%): il confronto con i dati dell’indice IPA sono impietosi, dato che – stando ad essi – le PA italiane sono ben più di 22.000.

Significa che solo il 2,4% circa delle Amministrazioni Pubbliche ha adempiuto al proprio dovere di comunicare la PEC da includere nel Registro P.P.AA..

È evidente che trattasi di una percentuale troppo bassa ed inaccettabile, tenendo conto del tipo di adempimento: se ancor oggi si può “giustificare” il ritardo su tematiche più complesse (quali la totale dematerializzazione dei processi, dopo averli re-ingegnerizzati), non si può soprassedere sulla banale trasmissione di un dato ad un registro centrale.

D’altro canto, va anche osservata l’ennesima incongruenza e scarsa coordinazione dimostrata dai decisori, che, in certi casi, manda esenti da colpe le Amministrazioni stesse.

Infatti, va ricordato che il Ministero della Giustizia, per costruire l’elenco, pretende l’associazione di un singolo codice fiscale ad ogni PEC: questo è un limite funzionale che può divenire bloccante ed impedisce a determinate PA, ad esempio l’INPS, di comunicare le PEC delle proprie sezioni o uffici territoriali, perché è dotato di un solo codice fiscale nazionale.

In conclusione, appare opportuna la definizione delle problematiche applicative già emerse ed una sollecitazione degli Enti inadempienti, soprattutto dei Comuni e degli Istituti scolastici (costituenti il 90% delle PA censite in IPA).

Le pubbliche amministrazioni che non trasmettono la PEC devono essere sollecitate e  allo stesso tempo il Ministero della Giustizia dovrebbe strutturare meglio il Registro P.P.A.A. permettendo l’associazione di più PEC al medesimo codice fiscale ma corrispondenti ad Uffici con codici univoci distinti e registrati nel portale IPA.

In alternativa, si propone al Legislatore di intervenire per abbandonare l’indirizzario Registro P.P.A.A. vista la sua scarsa efficacia ed utilizzare per le notificazioni degli atti processuali l’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA), andando a creare in IPA un nuovo “Servizio di Notificazione Atti” che dovrà essere alimentato con gli indirizzi PEC delle PA e che in tale occasione, se non adempiono all’obbligo, dovranno essere sanzionate senza scuse, come avviene normalmente per i soggetti di natura privata.

di Francesco Minazzi, avvocato specializzato in diritto delle tecnologie e Fabrizio Lupone, consulente esperto di digitalizzazione a norma

[Contributor DocPaperless]

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